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La moda torna a investire nella manifattura

La moda torna a investire nella manifattura

Loro Piana inaugura a Ghemme un nuovo stabilimento di 8.000 metri quadrati e porta nella fabbrica anche la propria Accademia dei Mestieri. Un modello in cui produzione, tecnologia e formazione tornano a stare insieme.

C’è un aspetto del Made in Italy che spesso rimane sullo sfondo quando si parla di moda: la fabbrica.

Non soltanto il prodotto finito, ma il luogo nel quale il prodotto viene costruito, le persone che lo realizzano, le macchine, le competenze e quel patrimonio di conoscenze che passa da una generazione all’altra.

L’inaugurazione del nuovo stabilimento di Loro Piana a Ghemme, in provincia di Novara, riporta questa dimensione al centro dell’attenzione.

Il nuovo impianto dedicato alla maglieria occupa 8.000 metri quadrati ed è stato presentato come il più grande investimento nella storia del brand. All’interno dello stabilimento trova posto anche l’Accademia dei Mestieri, dedicata alla formazione delle competenze.

Una fabbrica che non è soltanto una fabbrica

La scelta di collocare produzione e formazione nello stesso luogo è forse l’elemento più interessante dell’investimento.

La manifattura contemporanea non può limitarsi a conservare tecniche del passato. Deve riuscire a trasferirle, aggiornarle e metterle in relazione con tecnologie e nuovi processi produttivi.

Nel caso della maglieria questo rapporto è particolarmente evidente.

La qualità finale dipende da macchinari, filati e parametri produttivi, ma anche dalla capacità di interpretare materiali, costruzioni, tensioni, lavorazioni e difetti.

È un sapere difficile da trasformare completamente in procedure. Per questo la formazione interna assume un significato industriale: non soltanto preparare nuovi addetti, ma mantenere disponibile nel tempo una competenza specifica.

Tecnologia e savoir-faire

Il tema è emerso anche durante la recente edizione di Filo, il Salone internazionale dei filati e delle fibre che si è svolto a Milano il 15 e 16 settembre.

Il titolo scelto per l’apertura era “Tessere il futuro: l’equilibrio per una filiera tessile e moda più forte, più competitiva”.

Tra gli argomenti discussi sono comparsi innovazione, collaborazione lungo la filiera, sostenibilità, tracciabilità e soprattutto il rapporto tra tecnologia e competenze.

Durante i lavori è stato sottolineato anche il ruolo dell’intelligenza artificiale e della trasformazione digitale, ma insieme alla necessità di conservare e trasmettere il savoir-faire manifatturiero.

È una questione che riguarda un settore nel quale molte competenze sono strettamente legate all’esperienza.

Non è nostalgia

Investire nella manifattura non significa necessariamente tornare al passato. Al contrario, la nuova fabbrica tessile può essere un luogo nel quale automazione e competenza manuale convivono.

Le tecnologie possono rendere più efficienti i processi, controllare parametri, raccogliere dati e migliorare la ripetibilità. Ma rimane necessario qualcuno capace di leggere il comportamento di un filato, riconoscere un’anomalia, modificare una lavorazione o interpretare il risultato.

Il valore del Made in Italy potrebbe quindi essere sempre meno legato alla semplice provenienza geografica e sempre più alla capacità di mettere insieme materia, tecnologia e competenza.

La fabbrica come luogo di innovazione

Anche Filo66 ha mostrato questa direzione. La manifestazione ha dedicato uno spazio importante all’innovazione attraverso Made in Filo, progetto che porta i materiali presentati dalle aziende fino alla realizzazione di veri tessuti, mettendo in relazione filati, tecniche di lavorazione e competenze manifatturiere.È un modello interessante perché ricorda una cosa semplice: nel tessile l’innovazione raramente nasce da un singolo elemento.

Un nuovo filato ha bisogno di una macchina capace di lavorarlo. Una nuova fibra deve trovare un processo di tintura e finissaggio adeguato. Un nuovo materiale deve essere trasformato in un prodotto.

La filiera rimane quindi il vero laboratorio. E forse la sfida del prossimo Made in Italy sarà proprio questa: non scegliere tra artigianato e tecnologia, ma costruire il punto nel quale i due saperi diventano uno solo.

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