Mimmo Totaro, la fiber art senza riflettori
Architetto, grafico, scultore e protagonista della fiber art, ha attraversato oltre mezzo secolo di ricerca artistica.
Eppure, per incontrare davvero il suo lavoro, può bastare un incontro casuale a Como.
«Il caso esiste per le menti preparate», diceva il filosofo. Ma qualche volta il caso riserva sorprese anche a chi non le sta cercando.
Incontrare Mimmo Totaro non è stato un caso. O almeno, non lo è stato fino in fondo. La sorpresa è arrivata dopo, quando ho scoperto chi fosse davvero il gentile signore che mi aveva accompagnato a conoscere le opere di un artista giapponese.
Siamo a Como, prima a Villa del Grumello, poi all’oratorio di Sant’Orsola, dove è possibile incontrare il lavoro di Yasuaki Onishi, scultore giapponese che indaga le relazioni fra materia, spazio e vuoto.
Mimmo Totaro è lì, disponibile, quasi silenzioso. Lo si potrebbe scambiare per un appassionato d’arte che, per qualche ragione, si trova a fare da custode a un’esposizione. Non cerca di attirare l’attenzione su di sé. Anzi, la indirizza altrove.
Fili e sculture
È soltanto in un secondo momento, visitando una galleria dove sono esposte opere realizzate con fili e chiodini, che la situazione si capovolge. Quelle composizioni mi colpiscono per l’armonia, per il rigore e per la capacità di suggerire forme e significati senza descriverli apertamente. Quadri? Sculture? Disegni nello spazio? Le definizioni sembrano tutte insufficienti.
E scopro che l’autore è proprio lui, Mimmo Totaro, il signore che poco prima mi aveva accompagnato a vedere le opere di altri artisti.
A quel punto, naturalmente, vado a cercare la sua biografia. E resto sorpreso. Dietro quella modestia, dietro il sorriso con cui accoglie un complimento senza mai sembrare compiaciuto, c’è una storia artistica lunga e articolata. Una storia che attraversa architettura, grafica, scultura, pittura e ricerca tessile, con esposizioni in Italia e all’estero e un ruolo importante nella promozione dell’arte contemporanea.
Una ricerca che attraversa materiali e linguaggi
Nato a Como nel 1948, Mimmo Totaro ha frequentato il Politecnico di Milano e collaborato per molti anni con studi di architettura. Nel suo studio comasco di via Pannilani, in un edificio artigianale ristrutturato su suo progetto, si intrecciano attività che vanno dall’architettura all’arredamento, dalla grafica alla scultura.
La sua prima mostra personale risale al 1971, alla Galleria Il Salottino di Como, presentata dal grafico svizzero Max Huber. Da allora il suo percorso espositivo si è sviluppato attraverso mostre collettive e personali, in Italia e all’estero.
Totaro lavora con linguaggi e materiali differenti: disegno a china, acquaforte e serigrafia; pittura su pannelli costruiti con chiodi, fili e corde; sculture in legno, rame, ferro e altri materiali, talvolta accostati a specchi. Una ricerca nella quale la geometria non è soltanto una regola compositiva, ma un modo per interrogare lo spazio, la percezione e il rapporto fra gli elementi.
Nelle opere realizzate con fili e chiodini, in particolare, la linea abbandona la bidimensionalità del disegno e acquista consistenza. I fili, tesi e intrecciati secondo traiettorie precise, costruiscono superfici, curve e volumi apparenti. La luce attraversa la trama, genera ombre e modifica continuamente la percezione dell’opera.
Non si tratta di rappresentare semplicemente una forma, ma di suggerirla attraverso una costruzione che coinvolge lo spazio reale. L’opera cambia con lo sguardo di chi la osserva: basta spostarsi di poco per scoprire nuove profondità e relazioni fra pieni e vuoti.
In alcune composizioni il bianco e nero prevale, sottolineando il rigore del disegno; in altre, pochi accenti di colore introducono un contrappunto visivo. Il risultato è un equilibrio fra disciplina e libertà, fra progetto e sorpresa.
Il filo come linguaggio
È soprattutto nel rapporto con i materiali tessili che la ricerca di Totaro acquista una dimensione ulteriore. Il filo, elemento quotidiano e apparentemente umile, diventa strumento per costruire immagini, strutture e ambienti. Può disegnare una superficie, suggerire un volume, attraversare uno spazio o trasformarsi in un intervento di grandi dimensioni.
La sua attività si inserisce nel più ampio panorama della fiber art, una ricerca artistica che ha progressivamente superato i confini tradizionali del tessile. Le fibre e i materiali connessi alla tessitura non sono più soltanto strumenti per produrre manufatti, ma diventano mezzi espressivi autonomi, capaci di dialogare con la scultura, l’installazione e l’architettura.
Totaro ha partecipato a importanti manifestazioni internazionali dedicate a questi linguaggi: dalla Biennale internazionale della tappezzeria di Losanna alla Triennale di Łódź, in Polonia, fino alle rassegne di miniature tessili in Ungheria e Francia. Ha inoltre preso parte a esposizioni internazionali di disegno, fra cui il Premi Internacional Dibuix Joan Miró a Barcellona.
Il suo lavoro non si limita però alla realizzazione di opere da esporre. Comprende anche interventi negli spazi urbani, allestimenti e strutture espositive nelle quali la disposizione dei lavori, il percorso del visitatore e il rapporto con l’ambiente diventano parte integrante dell’esperienza artistica.
È un aspetto che rivela quanto la formazione architettonica continui a operare anche quando Totaro si allontana dall’architettura in senso stretto. Progettare uno spazio, costruire una scultura o organizzare una mostra sono attività differenti, ma condividono una stessa attenzione per le relazioni fra gli elementi e per il modo in cui le persone entrano in rapporto con essi.
Miniartextil, una storia che cresce insieme all’arte
Un capitolo fondamentale della sua attività è legato a Miniartextil, la manifestazione internazionale d’arte tessile contemporanea che Totaro ha contribuito a organizzare a Como dal 1991 insieme a Nazzarena Bortolaso.
Nel 1994 i due hanno costituito Arte&Arte, associazione culturale di promozione sociale impegnata nell’organizzazione di eventi artistici in Italia e all’estero. La manifestazione ha contribuito a dare visibilità a una forma d’arte che, pur vantando radici antiche, continua a rinnovare i propri linguaggi e a interrogare i confini fra artigianato, progetto e ricerca contemporanea.
Miniartextil ha inoltre portato le opere e la propria formula espositiva in altre sedi, fra cui Parigi e Venezia. Il progetto di allestimento, concepito per mettere in relazione i lavori e valorizzarne le differenze, è stato richiesto anche per eventi culturali, fieristici e aziendali.
Nel 2018 è nata la Fondazione Bortolaso-Totaro-Sponga, con l’obiettivo di conservare e promuovere l’importante patrimonio della fiber art nell’ambito più ampio dell’arte contemporanea.
Accanto a questa attività, Totaro ha continuato a lavorare alla progettazione di mostre e allestimenti. Già nel 1986 aveva firmato per il Comune di Como gli allestimenti di due esposizioni personali, dedicate a Pietro Clerici e Giovanni Tavani, negli spazi del Broletto. Nel corso degli anni ha collaborato con artisti, critici e istituzioni, mantenendo una presenza costante nel panorama culturale.
Eppure, leggendo il suo curriculum, si ha quasi l’impressione di conoscere una persona diversa da quella incontrata a Como. Non perché le due immagini siano in contraddizione, ma perché l’importanza delle esperienze e dei risultati raggiunti non sembra aver modificato il suo modo di porsi.
La sorpresa è anche una questione di carattere
Mimmo Totaro non ama parlare di sé. Se gli si fa un complimento, sorride e ringrazia, senza aggiungere molto. Non sembra avere bisogno di raccontare il proprio percorso né di rivendicare il ruolo che ha avuto nella promozione dell’arte tessile contemporanea.
L’ultima intervista che sono riuscito a trovare risale al 2017. Quasi dieci anni durante i quali il suo lavoro e la sua attività culturale avrebbero meritato altre occasioni di racconto.
Forse non ne sente la necessità. O forse, semplicemente, preferisce dedicare il tempo alle opere, ai progetti e agli artisti con cui entra in contatto.
È una modestia che non va confusa con la riservatezza di chi si tiene lontano dagli altri. Al contrario, il primo incontro mi ha restituito l’immagine di una persona pronta a condividere la propria passione, tanto da accompagnare un visitatore a conoscere il lavoro di un artista diverso da lui.
E questa, a ben vedere, è stata la parte più bella della scoperta.
Prima di conoscere la sua biografia, prima di sapere delle mostre internazionali, di Miniartextil e della Fondazione, ho incontrato un uomo che non aveva alcun bisogno di mettersi al centro della scena.
Poi ho scoperto l’artista. A volte, per conoscere davvero qualcuno, è meglio cominciare dalle opere degli altri.
Marco F. Picasso





