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Il tessile deve imparare a riparare

Il tessile deve imparare a riparare

In Italia esistono competenze e imprese per riparazione e upcycling, ma manca ancora una filiera strutturata. A Milano gli Stati Generali mettono il problema al centro del dibattito.

C’è una parte della transizione circolare della moda di cui si parla meno rispetto al riciclo: la riparazione.

Eppure, prima di trasformare un capo in fibra, sarebbe utile riuscire a tenerlo più a lungo nel suo primo ciclo di vita.

Il tema è stato al centro degli Stati Generali della Riparazione e dell’Upcycling, organizzati a Milano il 21 settembre. Il quadro emerso è interessante: l’Italia possiede competenze, aziende e iniziative, ma manca ancora una filiera capace di collegarle e renderle economicamente sostenibili su scala più ampia.

1,4 miliardi di chilogrammi

La dimensione del problema è significativa.

Secondo i dati riportati durante l’incontro, in Italia vengono immessi sul mercato circa 1,4 miliardi di chilogrammi di prodotti tessili.

Non tutto questo materiale diventerà immediatamente rifiuto. Ma la quantità rende evidente la necessità di intervenire prima del fine vita.

Riparare, modificare, trasformare e riutilizzare un prodotto significa infatti evitare, almeno per una parte dei capi, il passaggio immediato alla fase del rifiuto.

L’upcycling non è ancora una filiera

L’Italia non parte da zero. Esistono laboratori di riparazione, cooperative, sartorie, aziende specializzate, progetti di upcycling e designer che lavorano sul recupero dei materiali.

Il problema è metterli in relazione.

Una filiera strutturata richiede raccolta, selezione, logistica, competenze, progettazione, produzione e soprattutto un modello economico che renda il servizio sostenibile.

Se la riparazione costa quasi quanto un prodotto nuovo, o se non esiste una rete logistica efficiente per portare il capo nel posto giusto, la buona volontà non è sufficiente.

La prossima competenza

C’è poi un aspetto professionale.

La crescita della riparazione e dell’upcycling potrebbe creare nuove figure specializzate: persone capaci di intervenire sui materiali, modificare un capo, recuperare componenti, progettare nuove costruzioni a partire da prodotti esistenti.

Non è semplicemente sartoria tradizionale e non è ancora industria del riciclo. È una zona intermedia nella quale artigianato, design e circolarità possono incontrarsi.

Dal prodotto al servizio

Il vero cambiamento potrebbe essere anche culturale.

La moda è stata costruita per decenni intorno all’idea di acquistare un prodotto nuovo. La circolarità introduce invece un’altra possibilità: mantenere il valore del prodotto attraverso servizi di manutenzione, riparazione, trasformazione e riuso.

È un modello che cambia anche il rapporto tra brand e cliente. Il prodotto non termina necessariamente con la vendita. Può continuare a vivere attraverso ciò che succede dopo.

Prima di riciclare, allungare la vita

Il riciclo rimane fondamentale, soprattutto quando un prodotto non è più utilizzabile. Ma la gerarchia della circolarità suggerisce una riflessione semplice: se un capo può essere riparato o trasformato, forse non dovrebbe ancora diventare materia prima seconda.

La sfida italiana non è quindi soltanto costruire nuovi impianti di riciclo, come quelli che stanno nascendo a Prato e Novara. È costruire contemporaneamente una rete capace di riparare, riutilizzare e trasformare.

Perché una filiera tessile davvero circolare non comincia dal rifiuto.Comincia molto prima.

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