Il tessile costruisce le fabbriche del riciclo
Dopo Prato, anche nel Novarese nascono grandi impianti industriali per recuperare fibre dai tessili a fine vita. Il riciclo entra in una nuova fase: da attività di selezione a infrastruttura produttiva.
Il riciclo tessile italiano sta cambiando scala.
Non si tratta più soltanto di raccogliere gli abiti usati, selezionare ciò che può essere riutilizzato e destinare il resto al recupero. Stanno nascendo vere infrastrutture industriali progettate per trasformare grandi quantità di rifiuti tessili in nuova materia.
L’ultimo esempio è il nuovo impianto inaugurato il 21 settembre a San Pietro Mosezzo, nel Novarese, da IGERS e Haiki+. L’investimento è di circa 8 milioni di euro, di cui 1,3 milioni cofinanziati attraverso il PNRR. L’impianto ha una capacità autorizzata di 19.000 tonnellate annue e dichiara un recupero superiore al 96% del rifiuto tessile trattato.
Ma il dato più interessante non è soltanto la quantità. È la tecnologia.
Vedere la fibra
Il nuovo impianto nasce per trattare tessili post-consumo e invenduti attraverso un processo integrato di selezione e recupero.
Sistemi automatizzati di riconoscimento permettono di identificare le caratteristiche dei materiali prima delle successive fasi di lavorazione. Il risultato è una selezione più precisa delle fibre e la possibilità di indirizzare i materiali verso differenti percorsi di recupero.
È una trasformazione fondamentale perché il problema del riciclo tessile non è semplicemente separare “buono” e “cattivo”.
Un capo può contenere fibre diverse, componenti metalliche o plastiche, elastomeri, finissaggi e accessori. La possibilità di riconoscere e separare correttamente questi elementi determina in buona parte la qualità della materia recuperata.
Da Novara a Prato
Il progetto IGERS non è un caso isolato.
A luglio, a Prato, è stato inaugurato il Textile Hub di Plures, una struttura da 31,3 milioni di euro e 7.000 metri quadrati coperti, progettata per trattare fino a 33.000 tonnellate di materiali tessili all’anno.
L’impianto pratese è particolarmente significativo perché lavora sia con rifiuti post-consumo sia con scarti pre-consumo provenienti dal distretto tessile.
La capacità prevista è di circa quattro tonnellate l’ora. I sistemi di riconoscimento ottico e intelligenza artificiale permettono di distinguere i materiali per tipologia di fibra e colore.
A regime, una parte significativa dei materiali post-consumo potrà essere destinata al riuso dopo la sanificazione, mentre il materiale non riutilizzabile sarà avviato alla selezione e al riciclo meccanico. La piena operatività dell’impianto è prevista nel 2027.
Il problema non è più soltanto raccogliere
La nascita di queste strutture modifica anche il significato stesso della raccolta tessile.
Per anni la questione è stata affrontata soprattutto dal lato del consumatore: raccogliere gli abiti, portarli nei contenitori, favorire il riuso.
Ora emerge con maggiore chiarezza un’altra domanda: che cosa succede a tutto ciò che non può essere riutilizzato?
La risposta richiede impianti, tecnologie, competenze e soprattutto una domanda industriale per la materia recuperata.
Perché un tessile riciclato possa realmente entrare in un nuovo ciclo produttivo deve avere caratteristiche sufficientemente costanti, essere classificato e tracciato e trovare aziende disposte a utilizzarlo.
Il vero salto, quindi, non è dal rifiuto alla fibra.
È dal rifiuto alla filiera.
Una nuova infrastruttura tessile
Prato e Novara raccontano due realtà differenti ma complementari: un grande distretto tessile storico e un nuovo hub industriale dedicato al recupero.
In entrambi i casi la direzione è la stessa: trasformare il fine vita del prodotto tessile da problema logistico e ambientale in una fase della produzione.
È un passaggio che potrebbe diventare sempre più importante nei prossimi anni, quando le nuove regole europee sulla circolarità e sulla responsabilità della filiera renderanno necessario aumentare la capacità di gestione dei prodotti tessili a fine vita.
Il riciclo, insomma, sta costruendo le proprie fabbriche.
E la prossima sfida sarà capire quanto della materia recuperata riuscirà davvero a tornare nei tessuti, nei filati e nei prodotti di nuova generazione.





